
Brevetti e GenAI tra concorrenza e quiete armata
Da fuori sembra quiete: niente guerre brevettuali fragorose, nessun duello pubblico tra titani dell’intelligenza artificiale generativa (GenAI: grandi modelli linguistici e modelli generativi affini). Eppure le pubblicazioni e le famiglie brevettuali crescono senza sosta: secondo i dati WIPO, le famiglie brevettuali legate alla GenAI passano da 733 nel 2014 a oltre 14.000 nel 2023 (famiglie pubblicate in ciascuno di quegli anni); nel periodo 2014-2023 il censimento arriva a 54.358 famiglie.
Un silenzio così denso difficilmente è casuale. I portafogli si gonfiano di titoli astratti e il potere si consolida senza clamore; non è un dettaglio marginale: qui non si giocano soltanto capitali immensi, ma l’assetto futuro dell’innovazione e, con questo, una parte rilevante del destino tecnologico. Qualcuno oserebbe dire perfino dell'umanità, a sostegno di quanto l'IA sia diventata predominante.
La vulgata dei cantori del progresso infinito spiega questa quiete come il segno di una competizione ancora acerba, di un duello soltanto rimandato che prima o poi esploderà nel fragore delle sentenze. Potrebbe essere, ma la storia delle tecnologie adulte, dal telegrafo al telefono, fino alle grandi infrastrutture industriali dell’Ottocento, suggerisce altro: l’assenza di conflitto non è necessariamente debolezza, bensì l’indizio di un equilibrio raggiunto nel quale colpire l’avversario diventa superfluo e, talvolta, controproducente. È una forma di pax tecnologica nella quale i vincitori non combattono più ma presidiano il territorio.
A questo punto il brevetto non cambia natura: resta un diritto d'esclusiva temporanea a fini economici, cioè uno strumento per impedire a terzi lo sfruttamento di un’invenzione entro i confini delle rivendicazioni. È un vantaggio che si traduce in valore proprio perché può essere fatto pesare escludendo, concedendo licenze, negoziando accessi e condizioni. Ma in un settore saturo di titoli e d'interdipendenze, il brevetto cambia il suo uso quotidiano diventando anche scudo e leva di trattativa. Non vive per il tribunale; vive per rendere il tribunale una possibilità sgradita e costosa per l’altro. Non serve sempre a vincere processi: spesso serve a evitarli o a spingerli lontano fino a farli diventare sconvenienti.
Detto questo, il silenzio non ha una sola causa e non conviene trattarlo come un enigma con una sola soluzione. In un campo come la GenAI, la guerra brevettuale può essere rinviata anche per ragioni prosaiche: l’incertezza sulla solidità di molte rivendicazioni software; il timore di esporre in giudizio dettagli tecnici sensibili; l’utilità del segreto industriale su dati e processi; la velocità stessa dei cicli di prodotto che rende meno appetibile fissare tutto in un contenzioso lungo. La pax, quando esiste, può essere dunque tanto strategia quanto prudenza.
La retorica della “corsa all’AI”, tanto cara ai profeti della Silicon Valley, evoca velocità, scontro, eroismo capitalista. I numeri, però, raccontano una prosa meno epica: decine di migliaia di famiglie brevettuali e di pubblicazioni collegate, spesso sovrapposte e raramente decisive prese singolarmente, depositate da soggetti che si conoscono da anni, collaborano e si osservano. Non è il comportamento di chi si prepara a una guerra totale; assomiglia di più al modo in cui si tracciano confini e si presidiano posizioni. Come nei grandi conglomerati industriali, la distruzione creativa rallenta quando i giganti imparano a convivere o quando capiscono che combattere costa più che mantenere l’equilibrio.
Non occorre evocare complotti o accordi segreti siglati in sale ovattate, sappiamo bene che le industrie ad alta intensità brevettuale funzionano per riconoscimento reciproco: ognuno conosce il limite oltre il quale spingersi diventa sconveniente. Le licenze incrociate, esplicite, informali o anche solo potenziali come minaccia credibile, svolgono una funzione stabilizzatrice riducendo l’incertezza per chi è dentro e amplificandola per chi resta fuori. E qui conviene essere chiari: riconoscimento reciproco e deterrenza brevettuale non sono sinonimi di collusione. Un equilibrio brevettuale può convivere con una competizione feroce; chiamarlo “cartello” in senso tecnico sarebbe spesso un salto concettuale.
Chi rimane escluso da questo equilibrio, come le imprese di dimensioni medie, le startup che tentano di crescere, i ricercatori che cercano applicazioni concrete, incontra un paesaggio ostile: una selva di diritti intrecciati, un patent thicket (un intrico brevettuale) dove ogni passo comporta un rischio giuridico. Non è la causa immediata a terrorizzare, ma l’impossibilità di pianificare. La freedom to operate rivela così la propria fragilità: non tanto promessa tradita, quanto esercizio costoso e mai davvero “definitivo”. Posso creare senza inchinarmi? Posso crescere senza negoziare ogni passaggio? Per molti, la risposta resta incerta.
Colpisce anche la natura delle invenzioni protette poiché raramente si tratta di salti concettuali; più spesso sono miglioramenti incrementali, adattamenti, ottimizzazioni. Singolarmente modesti, ma collettivamente formidabili. Come i mattoni di una muraglia, costruiscono un reticolo che rallenta e indirizza l’innovazione altrui, intrappolando l’innovatore ingenuo in un labirinto di diritti. E qui l’assenza di conflitto aperto non è necessariamente segno di armonia: può essere semplicemente il segnale che l’attrito è stato spostato a monte, nel disegno stesso del campo di gioco.
Un indizio rivelatore viene da OpenAI. Per anni, almeno guardando ciò che era visibile nei portafogli e nelle pubblicazioni, l’organizzazione non sembrava perseguire una brevettazione sistematica, e una spiegazione plausibile è che il vantaggio competitivo risiedesse più nel segreto industriale, nei dati, nell’infrastruttura e nella complessità operativa che in un titolo brevettuale. La scelta, in questa lettura, non sarebbe stata idealistica: i processi di addestramento risultavano difficilmente ricostruibili dall’esterno, l’evoluzione dei sistemi era rapida e la pubblicazione di domande avrebbe potuto offrire ai concorrenti informazioni utili. Nel 2023, tuttavia, compaiono domande di brevetto depositate negli Stati Uniti a suo nome e nel 2024 alcune risultano già concesse e quindi pienamente visibili al pubblico. Non per modificare gli equilibri esistenti, ma per consolidarli.
Quando anche chi corre più veloce decide di piantare paletti, significa che il terreno non è più fluido.
Resta sospesa la questione dell’inventore, quel fantasma umano in un’epoca di macchine che assistono la creazione. Negli Stati Uniti l’USPTO continua a richiedere che l’inventore sia una persona reale anche quando l’apporto dell’intelligenza artificiale risulti determinante. La scelta preserva l’impianto tradizionale del diritto brevettuale ma accentua la distanza tra forma giuridica e pratica tecnologica: la paternità resta umana per necessità normativa, non sempre per centralità effettiva nel processo. E, soprattutto, l’uso di strumenti di AI non crea di per sé un criterio separato: ciò che conta è chi ha concepito l’invenzione rivendicata, non la sofisticazione dell’assistente.
Tutto questo autorizza a parlare di cartello? Sarebbe una semplificazione rozza. I mercati tecnologici mutano, le alleanze si spezzano, nuovi attori possono rimettere in discussione equilibri apparenti. Tuttavia, continuare a descrivere questa proliferazione brevettuale come una battaglia aperta rischia di occultare ciò che sta accadendo davvero: non caos, ma assestamento; non scontro frontale, ma delimitazione progressiva. Talvolta per strategia, talvolta per prudenza, spesso per entrambe.
La domanda decisiva non riguarda soltanto i colossi al vertice; riguarda chi resta fuori dal tavolo. Se i principali detentori di diritti imparano a coesistere senza colpirsi, chi sostiene il costo di questa convivenza? E quanto spazio rimane per un’innovazione che non nasca già vincolata, costretta a muoversi entro confini tracciati da altri?
Il silenzio dei tribunali, da solo, non dimostra nulla. Ma quando coincide con l’espansione continua dei portafogli brevettuali, smette di essere un dato neutro e diventa un’informazione. Ignorare questa significherebbe rinunciare a comprendere una parte essenziale del modo in cui l’intelligenza artificiale generativa sta diventando industria.


