La Cina e il problema dei brevetti che non arrivano al mercato

Negli anni in cui ho seguito il sistema brevettuale cinese ho imparato a diffidare della prima impressione che suscitano i suoi numeri: tanto eloquenti nel descrivere la dimensione del fenomeno, quanto reticenti quando si cerca di capire che cosa accada, dopo il deposito e la concessione, alle invenzioni che dovrebbero proteggere. Questo perché fra un brevetto che compare nelle statistiche e una tecnologia che entra in fabbrica può esserci una distanza considerevole; ed è proprio su quella distanza che Pechino ha deciso d'intervenire.

Il 23 marzo 2026 nel corso di una conferenza stampa dello State Council Information Office, il CNIPA (l'ufficio brevetti cinese) ha presentato il bilancio finale dello Special Action Plan for Patent Commercialization and Utilization (2023-2025). Varato nel 2023 dal General Office del Consiglio di Stato, il piano triennale nasceva per affrontare un'anomalia ben nota a chi si occupa di proprietà industriale: il Paese che produce brevetti in quantità senza paragoni al mondo fatica a tradurre una parte consistente di quel patrimonio in prodotti e applicazioni industriali.

Nel 2024 il CNIPA ha ricevuto 1,8 milioni di domande di brevetto per invenzione, pari al 49,1% del totale mondiale e a oltre tre volte il volume dell'USPTO americano; a fine 2025 i brevetti d'invenzione domestici in vigore nella Cina continentale, esclusi Hong Kong, Macao e Taiwan, avevano raggiunto i 5,32 milioni, dei quali 1,534 milioni nelle industrie strategiche emergenti, mentre i tempi medi di esame erano scesi dai 20 mesi di fine 2020 a 15.
Dunque una capacità amministrativa e una produzione brevettuale imponenti che però non bastano, da sole, a misurare il valore tecnologico ed economico di quei portafogli.

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I brevetti che restano nei cassetti

Per comprendere le ragioni dell'intervento bisogna tornare al 2022, quando il tasso di industrializzazione, cioè la quota dei brevetti validi impiegati per produrre beni immessi sul mercato, direttamente o mediante licenza, si fermava al 3,9% per i brevetti d'invenzione delle università cinesi e al 13,3% per quelli degli istituti di ricerca, a fronte di una media nazionale del 36,7% sostenuta soprattutto dai brevetti delle imprese. Sono percentuali che descrivono una difficoltà evidente della ricerca pubblica nel trovare uno sbocco produttivo, anche se sarebbe improprio ricavarne che ogni brevetto non ancora industrializzato sia inutile.
Il sospetto che una parte dei depositi servisse soprattutto a chiudere un progetto, ottenere un sussidio o favorire una carriera accademica ha fondamento; già nel 2021 il Centre for International Governance Innovation osservava come le stesse università censite dal CNIPA riconoscessero il peso di motivazioni estranee all'innovazione nelle proprie domande: promozioni, premi, certificazioni, sussidi. Un esperto cinese, citato in quell'articolo arrivava a definire forse il 90% dei brevetti del Paese «spazzatura», usando il termine inglese trash. È un giudizio che considero eccessivo e che non ha il valore di una stima statistica; testimonia, semmai, quanto aspra fosse già allora la discussione sul rapporto fra quantità e qualità.

Il bilancio del piano triennale

L'iniziativa più vistosa è stata il primo censimento integrale del patrimonio brevettuale pubblico: il CNIPA ha esaminato 1,349 milioni di brevetti detenuti da oltre 2.700 università e istituti di ricerca, sottoponendoli ad analisi di valore e selezionando, fra questi, 680.000 brevetti d'invenzione con elevate prospettive di commercializzazione da mettere in relazione con le esigenze di 460.000 imprese. Il lavoro di abbinamento non va confuso con la conclusione di altrettanti contratti; quanto agli esiti produttivi, il bilancio ufficiale attribuisce al triennio l'industrializzazione di circa 80.000 brevetti d'invenzione appartenenti a università e istituti di ricerca.

A fine 2025 il tasso di industrializzazione dei brevetti universitari era così salito al 10,1% e quello degli istituti di ricerca al 17,2%. Per le università il valore risultava circa 2,6 volte quello del 2022: un progresso apprezzabile, tanto più se si considera la modestia del dato di partenza, ma ancora insufficiente per parlare di un sistema maturo dal momento che l'impiego industriale rilevato continuava a interessare una porzione limitata dei titoli.
Diversa la situazione delle imprese: l'indagine CNIPA per i brevetti d'invenzione sul 2025 indica un tasso d'industrializzazione del 54%; una differenza che impedisce di estendere le difficoltà del trasferimento dalla ricerca pubblica all'intero sistema brevettuale cinese.

Secondo il bilancio ufficiale, nel triennio le registrazioni di cessioni e licenze brevettuali hanno raggiunto quota 1,458 milioni, con una crescita del 48% rispetto al periodo precedente e del 105,6% per università e istituti di ricerca considerati insieme. Nel solo 2025 il valore dei contratti tecnologici che coinvolgono brevetti è arrivato a 1.180 miliardi di RMB superando largamente l'obiettivo di 800 miliardi fissato nel 2023; si tratta però del valore dei contratti, non di ricavi da licenze né di somme già incassate.
L'intervento ha riguardato anche la crescita delle imprese: quasi 9.000 PMI ad alto potenziale sono state selezionate per un sostegno dedicato e oltre 3.000 sono state promosse come esempi di industrializzazione dei brevetti. Fra i casi richiamati dal governo figurano i «Sei Piccoli Dragoni» di Hangzhou, un gruppo di giovani imprese tecnologiche dello Zhejiang che comprende Unitree Robotics e la cui crescita viene collegata, nel bilancio governativo, anche a questi programmi. Su un piano più ampio l'azione ha dedicato particolare attenzione ai patent pool, ossia alle aggregazioni di brevetti per la concessione in licenza, nelle tecnologie di frontiera: quantistica, interfacce cervello-computer, 6G e biomanifattura.

Le ragioni di un trasferimento difficile

La parte più istruttiva del bilancio è la diagnosi degli ostacoli che hanno tenuto per anni i brevetti lontani dal mercato, formulata dall'amministrazione cinese con una franchezza non abituale nella comunicazione istituzionale di Pechino. Ci sono brevetti che «non si possono» trasformare perché concepiti per concludere un progetto anziché per rispondere a un'esigenza industriale; altri che «non si vogliono» trasformare, poiché i tempi di maturazione e i rischi superano ciò che gli incentivi offerti rendono accettabile per il ricercatore. Vi sono poi quelli che «non si osa» trasferire per il timore delle responsabilità, quelli che «non si sa» come trasformare, per carenza di competenze nel trasferimento tecnologico, e quelli che «non è comodo» trasferire per l'insufficienza dei servizi di intermediazione.
Cinque difficoltà diverse che sarebbe vano tentare di risolvere con la sola crescita del numero dei depositi.

Fra queste il «non si osa» rivela forse meglio di ogni altra la peculiarità del contesto cinese. Nelle università e negli istituti di ricerca istituiti dallo Stato, la gestione dei risultati scientifici s'intreccia con la disciplina del patrimonio pubblico; per decenni chi cedeva un brevetto a un prezzo che un revisore, un organo di controllo o persino un rivale interno avrebbe potuto giudicare troppo basso, si esponeva al timore di essere accusato di aver disperso un bene dello Stato. Il richiamo al danno erariale può aiutare un lettore italiano a comprendere quella preoccupazione, purché resti un'analogia. Ne è derivata una prudenza capace di diventare immobilismo nella quale lasciare un brevetto inutilizzato poteva apparire meno rischioso che cercargli un compratore.

La modifica della legge sulla promozione della trasformazione dei risultati scientifici e tecnologici, approvata il 29 agosto 2015 ed entrata in vigore il 1° ottobre, ampliò l'autonomia degli enti statali nelle operazioni di trasferimento, licenza e conferimento, senza tuttavia eliminare tutte le incertezze applicative. Uno studio pubblicato nel 2024 su Humanities and Social Sciences Communications rileva che, nel periodo in cui la riforma del 2015 conviveva con regole patrimoniali non ancora adeguate, i tempi delle transazioni brevettuali universitarie aumentarono; dopo la revisione del 2019 la loro efficienza tornò invece a migliorare. Gli autori leggono questa sequenza come un effetto, prima di blocco e, poi, di trasmissione fra norme di diverso livello.

Il piano 2023-2025 ha cercato d'intervenire sulle diverse cause di questa difficoltà introducendo valutazioni precedenti al deposito per selezionare le domande con prospettive industriali e promuovendo una revisione degli incentivi che desse maggior peso ai risultati della valorizzazione. Alle università è stato chiesto di allontanarsi dalle valutazioni fondate sul solo numero di domande o concessioni e di ridurre progressivamente i premi legati alla semplice concessione del brevetto.
Le disposizioni attuative del 2016 prevedono che, quando il prezzo sia stato determinato mediante le procedure di mercato prescritte, i responsabili dell'ente che abbiano agito con diligenza e senza perseguire vantaggi illeciti non rispondano della decisione sul prezzo per le successive variazioni di valore del risultato trasferito.
Al potenziamento degli uffici di trasferimento tecnologico si sono infine affiancati strumenti contrattuali destinati a facilitare l'accesso alle tecnologie, dalle licenze aperte al «prima usa poi paga», fino alle opzioni di partecipazione al capitale legate all'industrializzazione.

L'abitudine a contare i brevetti

Per quanto contino le norme, la resistenza più tenace è quella di una cultura amministrativa sedimentata nel tempo. Per due decenni, ricercatori, università, imprese e governi locali sono stati indotti a considerare il brevetto come un risultato da esibire nelle classifiche, nei bandi, nelle valutazioni e nelle relazioni ai superiori, con l'implicita convinzione che a un maggior numero di titoli corrispondesse una maggiore capacità innovativa. I sussidi governativi, analizzati dalla Federal Reserve Bank di St. Louis già nel 2018, hanno alimentato la corsa ai depositi e reso ancora meno attendibile l'uso dei soli conteggi come misura della qualità.

È questa consuetudine a identificare il progresso con il numero dei brevetti che il piano ha provato a correggere. È politicamente rilevante che il direttore del CNIPA abbia scritto su Qiushi, la rivista teorica del Comitato Centrale del Partito, di «insufficiente orientamento al mercato» e di «innovazioni inattive o inutilizzate»: riconoscere il problema in una sede del genere significa attribuirgli un peso che va oltre la discussione fra specialisti.

Cambiare gli indicatori, tuttavia, non basta se gli enti non dispongono davvero dei titoli e dei proventi: è qui che ritorna il confronto con il Bayh-Dole Act americano, ricorrente nel dibattito sul trasferimento tecnologico universitario. Già nei primi anni Duemila, poi con gli interventi del 2007 e soprattutto del 2015, Pechino ha cercato di avvicinarsi a un modello che molti commentatori hanno descritto come un tentativo di costruire un «Bayh-Dole cinese», nel quale università e istituti di ricerca potessero disporre con maggiore autonomia dei brevetti derivanti da finanziamenti statali. Quell'autonomia si è però a lungo scontrata con i controlli sulla dismissione dei beni pubblici: le cessioni brevettuali universitarie sono rimaste sotto le 3.000 l'anno per quasi un decennio e hanno cominciato a salire soltanto dopo la revisione del 2015, fino a superare le 9.000 nel 2019.
Il confronto con il modello americano va condotto soprattutto sull'autonomia effettiva degli enti, sulla chiarezza delle procedure e sulla capacità degli incentivi di incidere sui comportamenti: questioni meno immediate da rappresentare in una classifica ma decisive per giudicare il piano 2023-2025.

Le misure adottate nel 2026

La revisione degli incentivi, il rafforzamento delle esenzioni condizionate da responsabilità e il censimento del patrimonio brevettuale costituiscono misure concrete, riunite in un'azione di una scala finora inedita; al 12 settembre 2026 la loro prosecuzione è già affidata a una serie di provvedimenti. In primavera il Ministero dell'Istruzione ha avviato un programma dedicato ai brevetti universitari che comprende la gestione dei titoli lungo tutto il loro ciclo di vita, i servizi di trasferimento e la valutazione dei risultati; fra le misure è previsto il sostegno alle licenze aperte per i brevetti derivanti da ricerca finanziata pubblicamente, concessi da almeno cinque anni e non utilizzati senza giustificato motivo.
Il piano per la protezione e l'utilizzazione della proprietà industriale nel Quindicesimo Piano Quinquennale (2026-2030), emanato dal Consiglio di Stato il 27 luglio, consolida le indicazioni sulla gestione separata dei beni derivanti dalla ricerca, sul perfezionamento delle esenzioni condizionate da responsabilità, sulle valutazioni prima del deposito e sugli strumenti finanziari per la valorizzazione.
Il programma nazionale di attuazione per il 2026 prevede inoltre di proseguire il censimento brevettuale e di sperimentare l'impiego dell'intelligenza artificiale nei processi di valorizzazione.
Dal 1° settembre sono efficaci anche le nuove misure CNIPA sull'esame prioritario, nelle quali le prospettive di valorizzazione e la preparazione all'utilizzo industriale assumono rilievo per l'accesso alla procedura: la disciplina dell'esame viene così raccordata alle possibilità di applicazione produttiva delle invenzioni. La continuità dei programmi è dunque documentata, mentre la loro efficacia dipenderà dall'applicazione nei singoli enti.

Il banco di prova del prossimo quinquennio

Il piano 2023-2025 non poteva risolvere in tre anni il rapporto fra brevetto e mercato, e non lo ha fatto; ha però dato alla questione un rilievo che, per intensità degli interventi e tentativo di renderli stabili, merita attenzione. La valorizzazione compariva già nei documenti ufficiali di anni fa, ma oggi il riconoscimento da parte del vertice del CNIPA circa il basso tasso di industrializzazione universitario e della persistenza di risultati inutilizzati si accompagna a un impegno amministrativo più esteso.

Rimane, del resto, il forte orientamento domestico del portafoglio cinese. Nell'analisi LexisNexis delle famiglie brevettuali pubblicate per la prima volta nel 2024, l'89% risultava depositato in una sola giurisdizione; escludendo quelle di origine cinese, la quota scendeva al 64%. Il dato descrive l'estensione geografica della protezione, non la qualità dei titoli.

Nei prossimi anni andrà seguito il modo in cui un Paese che concentra quasi metà delle domande mondiali di brevetto per invenzione impiegherà risorse politiche, istituzionali e finanziarie per individuare i titoli con prospettive economiche credibili e favorirne l'utilizzo. Il prossimo quinquennio permetterà di giudicare se alla vastità dell'intervento corrisponderanno risultati durevoli; nel frattempo, per chi lavora nella proprietà industriale, trascurare ciò che sta cambiando nell'offerta brevettuale cinese significherebbe rinunciare a comprendere una parte importante del mercato con cui dovrà confrontarsi.

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