
Perché il Congresso USA indaga sui marchi della Board of Peace e sull’ufficio brevetti americano
Per capire questa storia bisogna partire da un ufficio che quasi nessuno, fuori dal mondo della proprietà industriale, conosce: lo USPTO (United States Patent and Trademark Office) è l'agenzia federale americana che concede brevetti e registra marchi. Decide se un'invenzione meriti tutela esclusiva e se un nome o un logo possano essere protetti come segni distintivi. Ha un organico di migliaia di esaminatori, si autofinanzia con le tasse pagate dai richiedenti e le sue decisioni hanno effetti economici enormi poiché incidono su farmaci, semiconduttori, software, licenze, cause civili miliardarie e valore delle imprese.
Quando il Congresso convoca il suo direttore per un'audizione di controllo, la posta in gioco non è mai burocratica: è politica ed economica.
Indice dell'articolo
Il 25 marzo 2026 il direttore dello USPTO, John Squires, è comparso per la prima volta davanti alla sottocommissione della Camera che si occupa di proprietà intellettuale. L'audizione è durata diverse ore, Squires era l'unico testimone, e lo scetticismo è stato bipartisan perché sia repubblicani che democratici hanno messo in discussione le scelte dell'agenzia.
Due i fronti aperti: il deposito dei marchi per la "Board of Peace" di Trump e le riforme che hanno ristretto l'accesso alla revisione dei brevetti.
Vediamoli uno alla volta.
Che cos'è la Board of Peace e perché c'entra con i marchi
La Board of Peace è una struttura internazionale voluta da Donald Trump e proposta nel settembre 2025 nel quadro del piano americano per porre fine alla guerra a Gaza. L’atto istitutivo è stato ratificato il 22 gennaio 2026 a Davos, a margine del World Economic Forum. Trump ne è stato nominato presidente inaugurale e gli è stata attribuita una posizione particolarmente forte: può essere sostituito solo se si dimette volontariamente o se il comitato esecutivo ne accerta all’unanimità l’incapacità.
Oltre venti Paesi hanno già aderito ma l’atto istitutivo prevede che la partecipazione ordinaria degli Stati membri duri tre anni soltanto; limite che decade per i Paesi che versano oltre un miliardo di dollari in fondi cash alla Board entro il primo anno.
Con un ordine esecutivo del 16 gennaio 2026, Trump ha designato la Board of Peace come organizzazione internazionale pubblica ai sensi dell'International Organizations Immunities Act del 1945, attribuendole privilegi e immunità normalmente riservati a enti come le agenzie ONU. Eppure attorno a tale organizzazione restano forti contestazioni politiche e giuridiche sulla trasparenza della sua struttura di governo, del suo assetto finanziario e dei suoi meccanismi di controllo.
Il punto è delicato perché, sul piano formale, la cornice giuridica esiste; ma proprio questa cornice, secondo i critici, non chiarisce fino in fondo come sia organizzata la struttura e chi eserciti il controllo effettivo sull'ente.
In tutto questo lo USPTO ha avuto un ruolo diretto. Tra la fine di dicembre 2025 e il 21 gennaio 2026, il direttore Squires ha firmato e depositato personalmente due domande di marchio per "Board of Peace": una per il nome in forma standard, l'altra per il logo (un globo sovrapposto a uno scudo affiancato da rami d'alloro).
Tuttavia il titolare indicato nelle domande non è la Board of Peace, né la Casa Bianca, né alcun soggetto giuridico identificabile, ma lo USPTO stesso e questo ha fatto esplodere il caso.
Per chi non si occupa di marchi, la stranezza va spiegata: lo USPTO è l'agenzia che esamina e concede i marchi altrui e funge da arbitro. Prima della Board of Peace possedeva in tutto sette marchi, tutti relativi al proprio nome e alle proprie campagne di sensibilizzazione. Depositare un marchio per un'iniziativa esterna politico-diplomatica voluta dal presidente degli Stati Uniti è un precedente senza riscontri nella storia dell'agenzia.
Nel diritto americano la legge applicabile è il Lanham Act; qui la “sezione 1051(b)” prevede che possa chiedere la registrazione di un marchio solo chi abbia una bona fide intention, ossia l'intenzione genuina e in buona fede di usare quel segno nel commercio. Proprio per questo diversi commentatori sulla stampa specializzata hanno osservato che, in una configurazione del genere, il requisito dell'intenzione genuina all'uso commerciale appare quantomeno problematico.
La contestazione politica
Il 18 marzo 2026, Jamie Raskin, un membro di punta democratico nella Commissione Giustizia della Camera, ha inviato una lettera formale dal tono durissimo a Squires, ovvero il direttore dello USPTO come già indicato. Raskin ha sostenuto che le domande di marchio sono state usate per occultare le strutture legali e finanziarie della Board of Peace, e che lo USPTO abbia agito come intestatario di comodo del marchio (straw trademark holder) per permettere alla Board di ottenere una protezione senza dover rivelare chi la controlla, chi la finanzia, e in quale Paese si trovano i fondi.
La Board of Peace, secondo Raskin, funziona come un canale per far confluire verso Trump sia miliardi di dollari annunciati dagli Stati Uniti durante il vertice inaugurale del 19 febbraio, sia miliardi provenienti da governi stranieri, il tutto senza un chiaro passaggio autorizzativo del Congresso e in possibile violazione di entrambe le clausole sugli emolumenti previste dalla Costituzione americana: quella interna e quella che vieta benefici o pagamenti da governi stranieri.
Raskin ha sollevato anche un altro argomento giuridico, meno intuitivo ma importante: se la Board of Peace fosse davvero un ente governativo o un'organizzazione internazionale legittima non avrebbe bisogno di un marchio commerciale. Il marchio serve a distinguere beni o servizi offerti nel commercio, dunque è uno strumento del mercato, non della diplomazia. Il fatto stesso che sia stata depositata una domanda di registrazione è, implicitamente, un'ammissione che la Board of Peace opera (o intende operare) come un'impresa commerciale.
Raskin lo ha detto esplicitamente: depositando il marchio, l'amministrazione Trump sta confessando che la Board of Peace non è un vero organismo governativo ma un'impresa privata.
Nell'audizione del 25 marzo, Squires ha difeso la scelta richiamando i poteri generali che la legge federale attribuisce al direttore dello USPTO per gestire e tutelare l'attività dell'agenzia e ha sostenuto di aver agito come custode temporaneo dei diritti sul marchio per prevenire abusi. Infatti, subito dopo l'annuncio della Board of Peace, qualcuno aveva già registrato il nome a dominio corrispondente nel tentativo di appropriarsi in anticipo di quella denominazione.
Squires ha poi aggiunto che le domande sono del tipo “intent-to-use” e che decadranno se non emergerà un'effettiva intenzione di impiego nel commercio.
La spiegazione non ha però convinto i parlamentari. Raskin, in particolare, ha replicato sostenendo che si trattasse del primo passo per dare a Trump un monopolio sull'uso della parola "peace".
Il secondo fronte: la stretta sulle revisioni dei brevetti
La questione Board of Peace è politicamente vistosa ma il secondo fronte dell'audizione, quello sulle riforme del Patent Trial and Appeal Board (PTAB), è tecnicamente più pesante e potenzialmente più duraturo nei suoi effetti economici.
Per un lettore italiano il concetto va ricostruito da zero: negli Stati Uniti quando un brevetto viene concesso esiste una procedura amministrativa per contestarne la validità senza dover andare in tribunale, ovvero la “inter partes review” (IPR). Tale procedura è gestita dal Patent Trial and Appeal Board (PTAB), l’organo interno dello USPTO che si occupa dei ricorsi interni in materia brevettuale e delle procedure amministrative di revisione dei brevetti.
L'IPR è stata introdotta con l'America Invents Act del 2011, è entrata in funzione nel 2012 e negli anni è diventata l'arma principale per togliere dal sistema i brevetti deboli o concessi per errore.
Per le aziende accusate di violare un brevetto, la procedura tramite IPR costituiva una via più rapida, più economica e con uno standard probatorio più favorevole rispetto alla causa civile ordinaria.
Sotto la direzione Squires, e già sotto la reggenza della sua vice Coke Morgan Stewart dal marzo 2025, il sistema è cambiato radicalmente secondo tre direttrici convergenti.
La prima: la centralizzazione.
L'autorità sulle decisioni di apertura è stata ricondotta alla figura del direttore attraverso il nuovo processo ad interim. Il risultato è una centralizzazione senza precedenti nella storia recente del PTAB.
La seconda: l'espansione dei criteri discrezionali di rigetto.
Dal marzo 2025 il PTAB applica un processo biforcato in cui le considerazioni discrezionali vengono esaminate prima del merito. Tra i nuovi criteri c'è la dottrina delle “settled expectations”, le aspettative consolidate: se un brevetto è in vigore da diversi anni senza essere stato contestato, il titolare può invocare un legittimo affidamento sulla sua stabilità e questo è diventato uno dei fattori che il direttore può usare per negare l'apertura della revisione. È un criterio molto incisivo che non era previsto in questi termini nella legge originaria. Sulle revisioni post-grant (PGR), l'AIA impone un termine di nove mesi ma non fissa un limite analogo per le IPR; per questo molti osservatori leggono la dottrina delle settled expectations come un irrigidimento introdotto per via amministrativa.
A ottobre 2025 lo USPTO ha pubblicato un avviso di proposta di regolamentazione (NPRM) che renderebbe ancora più restrittivo l'accesso, trasformando diversi fattori discrezionali in vere e proprie barriere molto più rigide.
La terza direttrice, la più recente: l'11 marzo 2026, Squires ha emesso un memorandum che introduce tra i fattori discrezionali la presenza manifatturiera negli Stati Uniti.
Il PTAB dovrà ora considerare se i prodotti accusati di violazione sono fabbricati in America, se il titolare del brevetto produce in America e se il richiedente è una piccola impresa citata per violazione. Il memorandum cita studi sulle vulnerabilità della filiera dei semiconduttori e dell'elettronica e si colloca dentro la più ampia retorica della sicurezza nazionale e del ritorno della produzione sul territorio americano.
Il senso politico è chiaro: il filtro discrezionale si sposta ancora di più verso considerazioni di politica industriale, manifattura domestica e protezione delle piccole imprese convenute.
Sebbene le modifiche direttive siano recenti, i numeri confermano che il sistema è già cambiato. I depositi di IPR sono diminuiti sensibilmente rispetto alla fase precedente, mentre le richieste di ex parte reexamination, una procedura alternativa meno partecipata e che non prevede gli stessi filtri discrezionali, sono cresciute con forza. Alcuni commentatori di settore parlano di 726 domande nel 2025, con un aumento di circa due terzi sull'anno precedente; altre ricostruzioni basate su dati USPTO letti su base fiscale, riportano comunque un incremento molto marcato.
Il dato, insomma, varia a seconda del criterio di conteggio adottato, ma segnala in ogni caso una crescita netta del ricorso a questa procedura.
In ogni caso la direzione del fenomeno è chiara: chi non riesce più a entrare facilmente nell'IPR sta cercando una via diversa per attaccare i brevetti.
Questo spostamento di massa dalla IPR alla ex parte reexamination è il segnale più significativo per chi vuole capire la portata reale delle riforme: le aziende non smettono di contestare i brevetti, cercano un'altra porta.
La ex parte reexamination supera molto più facilmente la soglia iniziale di apertura, non è soggetta ai criteri Fintiv, né alle settled expectations e può essere depositata in forma anonima. Però è una procedura in cui il richiedente perde quasi ogni controllo dopo il deposito poiché l'esame prosegue tra il titolare del brevetto e l'esaminatore USPTO, senza vero contraddittorio. E se il titolare riesce a modificare le rivendicazioni per aggirare lo stato dell'arte, il contestatore può trovarsi in una posizione peggiore di prima.
Perché la prevedibilità conta più della direzione
Fin qui la cronaca ma il punto, a ben guardare, non è che lo USPTO abbia un orientamento più favorevole ai titolari dei brevetti; in una certa misura questa è una scelta di politica industriale legittima: proteggere i brevetti americani, incentivare la manifattura domestica, scoraggiare gli attacchi seriali da parte di grandi gruppi senza produzione negli Stati Uniti. È un indirizzo coerente con la politica economica dell'amministrazione Trump in generale.
Il nodo vero è la prevedibilità.
In un sistema brevettuale maturo le imprese calibrano investimenti, licenze, acquisizioni e strategie difensive sulla base del rischio stimato che un brevetto venga mantenuto o annullato. Se l'accesso alla revisione dipende da criteri che cambiano con memorandum direttoriali applicati in modo centralizzato e con decisioni sommarie prive di motivazione (quelle che alcuni osservatori hanno definito barebones summary denials), il sistema non diventa necessariamente più giusto, bensì più opaco. E quando il rischio non è stimabile, il costo dell'incertezza sale per tutti: per chi attacca un brevetto, ma anche per chi lo detiene e vuole concederlo in licenza a un prezzo credibile.
A sostegno di questi temi, la SIIA (una delle principali associazioni di categoria dell’industria software e dell’informazione digitale) ha presentato una memoria alla Commissione Giustizia in cui sostiene che le recenti politiche dello USPTO abbiano compromesso il sistema IPR creato dal Congresso, abbiano limitato la capacità delle imprese di contestare brevetti non validi e indebolito la qualità del sistema brevettuale nel suo complesso.
A completamento, l'ex direttrice dello USPTO Kathi Vidal, nominata a suo tempo da Biden, ha depositato un amicus brief davanti alla Corte d'Appello del Circuito Federale sostenendo che la dottrina delle settled expectations finisce per proteggere proprio quei brevetti che hanno più probabilità di essere annullati.
Due fronti, una domanda sola
Messi insieme i due fronti spiegano il clima dell'audizione e dello scontro politico. Il primo caso è il detonatore: un'agenzia pubblica che deposita in proprio un marchio per una struttura internazionale fortemente contestata sul piano politico e giuridico, presieduta dal presidente degli Stati Uniti e collegata a impegni finanziari di dimensioni miliardarie. Il secondo è il cambio strutturale: il direttore dello USPTO ha accentrato su di sé il potere di decidere quali brevetti possano essere rimessi in discussione, ha introdotto criteri politico-industriali nel filtro discrezionale e ha ristretto l'accesso a una procedura che il Congresso aveva creato come contrappeso al sistema brevettuale.
Il Congresso, in sostanza, vuole sapere se lo USPTO funzioni ancora come arbitro tecnico indipendente o si sia trasformato in un centro di decisione politica, più discrezionale e meno trasparente di quanto il suo mandato consenta.
In meno di dieci giorni, una controversia che sembrava amministrativa è diventata un test politico sul controllo della proprietà intellettuale negli Stati Uniti e probabilmente avrà conseguenze anche per quelle aziende europee che operano, brevettano e fanno causa sul mercato americano.


